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Elio Toaff: a noble and ancient tradition

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LA STAMPA
24 NOVEMBRE 2001
E¿ UN OBBLIGO MORALE ESSERE INTELLIGENTI

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E¿ UN OBBLIGO MORALE ESSERE INTELLIGENTI

LA STAMPA
24 NOVEMBRE 2001

E¿ un obbligo morale essere intelligenti

Di Elena Loewenthal


Lionel Trilling è stato un grande critico letterario americano, un po¿ eccentrico nei suoi gusti, nel senso estetico che accompagnava le sue letture, nell¿orizzonte di interessi che lo animavano.


Di lui è appena uscita una raccolta di saggi postuma (è morto nel 1975, a settant¿anni), curata e prefata da Leon Wieseltier; responsabile della pagina letteraria del The New Republic oltre che fine scrittore (di lui uscì in italiano circa un anno fa Kaddish per i tipi Mondadori, un viaggio nel dolore della perdita che è ogni lutto, ma attraverso la vita e le parole antiche). La pubblica Fartar Strass e Giroux sotto un titolo assai impegnativo: The moral Obbligation to be Intelligent, che Wieseltier interpreta con il consueto acume. Vi è secondo questo intellettuale una tradizione ¿ in una certa misura non estranea alla cultura anglosassone ¿ secondo cui l¿intelligenza va di apri passo con la trasgressione. Di contro all¿amore greco per la conoscenza che considera il peccato e la bassezza morale come frutti dell¿ignoranza, v¿è anche la coscienza opposta per la quale la bontà è incompatibile con l¿intelligenza e l¿ottusità è patrimonio essenziale per una dirittura morale. Al di là di queste contrapposizioni un po¿ categoriche, non si può ignorare quanto sia fonda,mentale la questione del rapporto fra etica e coscienza, fra la coscienza di sé e del mondo e i dettami di comportamento che ci vengono imposti. Wieseltier invita inoltre a guardare come nel passato (e anche nel presente?) l¿ideologia abbia sfigurato l¿esperienza, trasformando la realtà a proprio uso e consumo.


Queste parole sarebbero per certo piaciute a Sigmund Freud che, saputo del rogo di libri voluto a Berlino dai nazisti, soggiunse con sarcasmo: ¿Sono fortunato! Un tempo avrebbero bruciato me, oggi si limitano a bruciare le mie opere!¿. Lo racconta Moni Ovadia in un testo preparato per la riapertura, a Livorno, della libreria editrice Salomone Belforte: l¿inaugurazione sarà lunedì prossimo, seguirà un concerto del nostrano cantore yddish presso il Teatro La Gran Guardia, dal titolo ¿Canti della pace¿ ¿ Ovadia si cimenterà con musiche giudeo-spagnole, arabe e della Spagna cristiana. Una installazione di Emilio Isgrò sulle api della Torah e il loro miele sapiente sarà lo scenario artistico per questa rinascita.


I Belforte avevano iniziato a stampare libri ebraici nel lontano 1805, ma nel 1938 le leggi razziali costringono la famiglia a cedere direzione e proprietà della ditta ad amici non ebrei e a cambiare il nome in un assai più diplomatico ¿Società Editrice Tirrena¿; la tipografia continua comunque a lavorare finché i macchinari non vengono distrutti dai bombardamenti. Dopo la guerra i caratteri ebraici vengono venduti a un editore di Tel Aviv e l¿attività riprende con pubblicazioni varie. E¿ dell¿anno scorso il progetto di recupero della tradizione ¿ con il ripristino del nome originale e ¿l¿intenzione di riannodare i fili della memoria e ricominciare presto a stampare libri di argomento ebraico¿. Per secoli, infatti Bibbie e formulari di preghiera erano usciti per questi tipi e avevano circolato presso le comunità sefardite affacciate sul Mediterraneo.


¿Una nobile e antica tradizione¿ ¿ conclude Elio Toaff nel suo saluto a Belforte, cui non resta che fare i più calorosi auguri.